Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post

sabato 26 marzo 2022

Un libro su pianisti jazz (dal ragtime al bebop) destinato a pianisti... e non solo

 "Quando improvviso, penso in termini di sonorità, non di accordi o melodia. Alcune tra le mie cose possono non avere una continuità armonica convenzionale, ma se suonano bene e hanno coerenza ritmica, le faccio."

(Dick Wellstood)




La passione è contagiosa. Un grande pianista e tastierista contemporaneo, Riccardo Scivales (noto come leader del gruppo di progressive rock Quanah Parker, oltre che di Mi Ritmo), si è dedicato a un notevole lavoro di divulgazione - in italiano e in inglese -; e, inutile specificarlo, con questo Storie di vecchi pianisti jazz è riuscito a risvegliare in noi la fiamma dell'ardore per quel tipo di musica che vive in una dimensione estemporanea e improvvisativa, per la storia - che non è solo biografia - di tanti eroi dei tasti bianchi-e-neri e per le varie tecniche esecutive. 


   Video: Marco Fumo suona "Squeeze me", un brano di Thomas "Fats" Waller e Clarence Williams nella versione che ne dà Willie "The Lion" Smith e nella trascrizione di Riccardo Scivales.


Questo è il primo volume della Scivales Music self-publishing house, intanto arrivata a cinque titoli, e vi incontriamo i migliori protagonisti del repertorio pianistico afroamericano. Buona parte dei quali (e dovremmo vergognarcene!) erano a noi sconosciuti o avevamo di gran lunga obliati.


 Riccardo Scivales


Il libro, che contiene diverse trasposizioni (di note che, originariamente, non nascono per essere fissate su uno spartito!), si rivolge ai professionisti del genere, ma riesce a catturare - e ad ammaliare - anche chi non ha mai toccato uno strumento in vita sua. Ovviamente è indispensabile che il lettore abbia una conoscenza di base o nutra comunque un reale interesse per il jazz... e per la musica tout court.

   
    
Dall'alto in basso: Art Tatum, Thelonious Monk e il "re del mambo", Mario Bauzá



Storie di vecchi pianisti jazz ci immerge fin da subito nell'atmosfera dell'America degli Anni Venti, con Eubie Blake (il quale fu il primo musicista ad apparire in un film sonoro, quattro anni prima di Al Jolson) e, come dice anche la descrizione (il sotto-sottotitolo), ci farà fare un viaggio fino a Thelonious Monk e dintorni, passando per Duke Ellington ("dal ragtime all'astrazione") e la Latin Music. Il libro è ricco di aneddoti e contiene un centinaio e passa di esempi musicali trascritti.


Jelly Roll Morton, Willie "The Lion" Smith, Duke Ellington, Thomas "Fats" Waller, George Gershwin... Art Tatum... Nat "King" Cole, John Dickson "Peck" Kelley, Johnny Guarnieri, Monk... e tutti gli altri: artisti straordinari che rifiutavano le convenzioni, spesso non senza rischiare di brutto, e che si imbarcarono in una vera e propria ricerca anche esistenziale, chi gettandosi anima e corpo su uno stile come lo swing, chi arrivando a sperimentare "una cosa dell'altro mondo" come il bebop... spesso concorrendo tra di loro in bravura (in velocità o in profondità oppure in entrambe le cose), a chi riuscisse ad andare più lontano, a chi riuscisse a inventare di più.


   Video: lo stride di James P. Johnson


    Video: Charlie & Eddie Palmieri, qui con Ismael Quintana

Troviamo, nel volume in questione, uno panoramica sull’evoluzione dello "Spanish tinge" e del Latin Jazz, dai suoi albori ai favolosi mambos di Mario Bauzá. Inoltre, uno studio approfondito (con applicazioni pratiche) circa i moduli poliritmici usati nell’improvvisazione pianistica afrocubana e Latin Jazz, desunti dall’opera di due colonne portanti: Charlie ed Eddie Palmieri. Infine, un utile saggio-guida sulle modalità e gli intenti "di una delle pratiche fondamentali per ogni studente e studioso di jazz, cioè la trascrizione nota-per-nota di brani e assoli tratti dalle incisioni originali dei maestri di riferimento".


Un excerpt da Storie di pianisti jazz:


Zurigo, Tonhalle, 30 novembre 1934. Concerto dell'orchestra di Louis Armstrong. Al pianoforte, Herman Chittison, un pianista statunitense, venticinquenne, recentemente approdato in Europa (dove ha già inciso alcuni dischi a Parigi). Inframmezzati ai dodici brani eseguiti da Armstrong e della sua orchestra, il programma del concerto prevede una decina di assoli di Chittison. Tutto procede come stabilito, finché Chittison conclude il suo primo set di assoli e Armstrong si fa avanti sul palco per annunciare i titoli dei brani successivi, eseguiti dall'intera orchestra. Ma a questo punto il pubblico lo interrompe, gridando a viva voce: "Lascia suonare Chittison! Vogliamo sentire il pianista!" E Armstrong, sebbene riluttante, non può far altro che acconsentire a questa richiesta... Oltre che nell'effettivo talento di Chittison, una spiegazione a questo insulto ad Armstrong può essere ricercata anche nel fatto che in quegli anni il pianoforte "jazz" o "pseudo-jazz" (sia che si trattasse di Fats Waller, di Lee Sims, di Charlie Kunz o di Raie Da Costa) era apprezzato dal pubblico europeo (composto prevalentemente da appartenenti al ceto medio e alto borghese) più di qualsiasi altra espressione musicale afro-americana.


(Dal capitolo dedicato a Herman Chittison, 'L'eleganza e il brio'.)

 

[ Per inciso, Chittison fu un idolo giovanile sia di Monk che di Horace Silver, e fece una grandissima impressione anche sul giovane Chick Corea. ]

 



          Tutti i libri dell'Autore su Amazon


Altri link:

Articolo - in inglese - di Becca Pulliam su The Syncopated Times: "Riccardo Scivales Transcribes the Stride Masters"


Qui una bella presentazione/recensione del libro Storie di vecchi pianisti jazz sul blog MAT2020: https://mat2020.blogspot.com


... e qui (video su YouTube), un esempio di come suonavano i pazzi, originalissimi pianisti narrati in Storie di vecchi pianisti jazz.
Ellington, Monk, ecc. hanno attinto a piene mani da loro. 


Altro esempio su video: trascrizione di Riccardo Scivales di un capolavoro assoluto di James P. Johnson, avveniristico per l'epoca in cui fu composto: click!  





Canale YouTube della Scivales Music

  

Quanah Parker (band)  


Riccardo Scivales su Facebook



       

 

 

 Breve bio di Scivales


Riccardo Scivales ha insegnato per molti anni (1999-2009) Storia del jazz e della musica latina al TARS (ex DUTARS) dell'Università di Venezia.

Ha scritto circa trecento programmi radiofonici sul jazz per RadioTre (RAI-Radiotelevisione Italiana).

Numerosi suoi saggi, articoli e recensioni sulla musica jazz e afrocubana sono stati pubblicati su importanti riviste musicali come The Piano Stylist, Keyboard Classics, Piano TodayMusica Jazz, Ring Shout, Musica Oggi, Jazz, Blu Jazz, Rassegna Veneta di Studi Musicali, Venezia Arti, Il Sismografo, e Il giornale della musica.

Molti suoi libri sono stati pubblicati prima negli Stati Uniti e più tardi anche in Italia con l'etichetta Scivales Music. Oltre ai volumi firmati con il proprio nome, ha scritto, con Enrico Intra, la raccolta di brani Jazz Piano Repertoire (Scivales Music, 2021) e il libro L'improvvisazione è improvvisata? (M&P/M’O, 2022). Enorme successo sta avendo il suo nuovissimo metodo PLAY… LATIN PIANO LIKE A PRO! (disponibile su Amazon) che tra le altre cose include 23 sue composizioni, molte delle quali si possono ascoltare su YouTube suonate da pianisti e band un po’ di tutto il mondo.

Come pianista e compositore, ha lavorato per diverse produzioni teatrali.

Negli anni ha collaborato con vari musicisti della scena veneziana.

Dal 1981 è il pianista/tastierista e compositore del suo gruppo rock progressivo Quanah Parker e dal 1995 del suo gruppo afrocubano Mi Ritmo.

Ha contribuito all'orchestrazione della prima italiana del musical di George Gershwin Lady, Be Good! (come rivisto da K. Cazan, K. Farrell e D. Sturrock. Venezia, PalaFenice, 2000).

Numerosi brani “Classic Latin” di Riccardo Scivales sono stati spesso eseguiti in programmi di concerti insieme a brani di Piazzolla, Ginastera, de Falla, Rodrigo, Ponce, Gardel, Ellington, Gershwin, J.S. Bach, Schubert, ecc.


 Uno dei libri in inglese di Scivales 

 

sabato 26 febbraio 2022

Domenica 13 marzo, concerto jazz

 ... con gli Alti e Bassi


Gli Alti e Bassi sono un gruppo italiano di vocalists (a cappella) dediti alla musica pop in generale, alle canzoni... ma che non disdegnano affatto anche i brani standard del grande jazz. Si sono formati a Milano nel 1994. Non hanno strumenti musicali con sé ma spesso li imitano; imitano il basso, le percussioni, i fiati, le chitarre! Il risultato: sorprendente e simpatico. Puro entertainment a base di solida cultura musicale. 



            I membri:     

   

 Andrea Thomas Gambetti  
 Alberto Schirò                     
 Paolo Bellodi                      
 Diego Saltarella                  
 Filippo Tuccimei                 

   

Domenica 13 marzo 2022, alle ore 16.00, presso il Teatro Ponchielli di Cremona (corso Vittorio Emanuele II, n. 52) arrivano Gli Alti & Bassi.

Cremona -

Il concerto Da Bach a Jannacci tutto... è jazz! propone un mix intelligente e coinvolgente di musiche di vari generi - dal classico al leggero, mostrando l’incredibile varietà della musica in un percorso dal barocco al moderno.

Cremona -

I nuovi arrangiamenti di pagine celeberrime in chiave jazz, swing o rock, sono scritti appositamente per il quintetto vocale e pensati proprio per l’esecuzione senza accompagnamento strumentale del gruppo.

Gli Alti e Bassi ci offrono un altro viaggio assai godibile nella storia della musica!

venerdì 12 febbraio 2021

Chick (R.I.P.) sul palcoscenico di Montreaux

 Se cogliete qui echi di Miles Davis e addirittura di rock progressivo (Klaus Schulze, Tangerine Dream e dintorni), avete buone orecchie: Chick Corea è - fu - un viaggiatore delle note "aliene" così come Sun Ra fu, a tutti gli effetti, un viaggiatore delle stelle.

Molta matematica in questa musica; fin nelle improvvisazioni. E la "filosofia" di Scientology è il binario elettrificato su cui scorrere senza obliare di essere connesso con altre menti... con tutte le menti del mondo.

In memoria di Chick Corea, 1941-2021






Qui sotto invece al Jazz Night In America con il suo Vigilette trio.





Foto: Chick Corea con la pianista giapponese Hiromi, una sua "scoperta"

domenica 6 dicembre 2020

Dave Brubeck - per il centenario della nascita

»Mr. Cool«, ambasciatore del jazz.  Parliamo di Dave Brubeck: nato cento anni fa (6 dic.), morto otto anni fa (5 dic.) 

"Take Five" è probabilmente il più grande successo jazz di tutti i tempi. Meno noti sono i i tour di Dave Brubeck al di là della Cortina di Ferro e il suo impegno sociale, in patria. Il pianista e compositore originario di una piccola città del Massachusetts non volle tuttavia mai lasciarsi etichettare e rifuggì i cliché.



  Dave Brubeck (Concord, 6 dicembre 1920 – Norwalk, 5 dicembre 2012)

Era figlio di un allevatore di bestiame. Nato oggi come 100 anni fa, a quattro anni iniziò a imparare il pianoforte grazie a sua madre. Da giovane preferiva improvvisare anziché attenersi allo spartito. "Era un tipo solitario e non convenzionale, che seguiva la propria via" disse di lui il suo insegnante Darius Milhaud (1892-1974), compositore francese che era emigrato negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale. 
Nel 1943 Brubeck dovette interrompere gli studi di composizione (in California) a causa della chiamata alle armi e per qualche tempo diresse un'orchestra militare in Europa. Nel 1945 fu di stanza a Norimberga.
"Stavamo provando con una banda militare all'interno di una fabbrica. Sebbene all'epoca la fraternizzazione fosse proibita, feci amicizia con un giovane tedesco. Si chiamava Hans Hermann Flüger, aveva soltanto 19 anni e aveva perso una gamba sul fronte orientale. Quel ragazzo aveva zoppicato per miglia sulle sue stampelle per venire ad ascoltare la nostra musica! La cosa mi toccò tantissimo." 
 Dopo il servizio militare, tornò all'università e, mentre ancora studiava, fondò un ottetto d'avanguardia che mirava a mischiare forme classiche di musica con il jazz. Brubeck trovò il suo pubblico dopo aver fondato un quartetto con il suonatore di sax contralto Paul Desmond

 Dave Brubeck Quartet

 Paul Desmond



Leggero, lirico e fluttuante, lo stile di esecuzione di Desmond formava un attraente contrasto con gli accordi pianistici di Brubeck. Accompagnati da basso e batteria, i due eseguivano contrappunti improvvisati sulla base di armonie estese e seguendo indicazioni di tempo inusuali (anche valzer) e, a sorpresa, arrivò il loro grande successo "Take Five". Il pezzo, in 5/4, si sviluppò sulla base di una melodia che Desmond aveva composto nel 1959. 
Ci vollero due anni affinché "Take Five" iniziasse veramente a scalare le classifiche ma, quando lo fece, non si fermò più, ed è oggi considerato il single jazz più venduto di tutti i tempi. 

Paul Desmond ha dichiarato: "Quando Dave è al suo meglio, ascoltarlo suonare diventa un'esperienza che commuove il cuore e nel contempo la mente". 
I due musicisti deliziarono una generazione di studenti. Il quartetto viaggiava instancabilmente da un college all'altro. Le registrazioni di quei concerti apparvero nel 1954, nell'LP Jazz Goes To College. Dopo di ciò, la rivista Time regalò a Brubeck la copertina, definendolo "il più stimolante di tutti i nuovi artisti jazz" (cinque anni prima, era stato Louis Armstrong a venire onorato così dal prestigioso magazine). 





 La notizia del titolo su Time (con il suo volto a bella posta "colored") giunse a Dave Brubeck il 4 novembre a San Francisco, durante un tour cui prendevano parte anche Duke Ellington e la sua orchestra. "Bussarono alla porta della mia camera d'albergo alle sette del mattino" raccontò Brubeck (così si può leggere nel libro Jazz, di Ken Burns). "Ellington mi si piazzò di fronte e disse: Dave, sei sulla copertina di Time." La reazione di Brubeck fu: "Ma no! Avresti dovuto esserci tu!" 
Brubeck ammirava Duke Ellington e lo riteneva il compositore più importante d'America. Gli dedicò anche un brano: "The Duke". 



 Dopo aver conquistato l'America, il gruppo di Brubeck iniziò a viaggiare per il mondo. Nel 1958 Dave arrivò dalla Scandinavia a Berlino (che non era ancora divisa dal Muro) insieme ai suoi figli Dario e Michael e a sua moglie Iola. E ottenne i visti di transito per la Germania Orientale e per fare il tour in Polonia. 
Con i suoi compagni salì su un treno... ma a Francoforte sul Meno (nella Germania Ovest) anziché a Francoforte sull'Oder (città della DDR)! Gli altri passegeri spiegarono agli americani qual era stato il loro sbaglio. Il gruppo scese precipitosamente e si mise a cercare finché non trovò la giusta coincidenza verso l'Est. Ricordiamoci che periodo era quello...





"Chi è Mr. Cool?" 

 Altro problema al confine polacco. Le guardie di frontiera, probabilmente ignare di jazz, si aspettavano un "Mr Cool" (così un quotidiano di Varsavia aveva annunciato la venuta di Brubeck, pubblicando anche una sua maxi-foto). Prima di poter passare, Brubeck e i suoi dovvetero convincere le guardie che il vero nome del musicista non era "Mr. Cool"... 

Per buona parte della Guerra Fredda, Brubeck rappresentò un'"arma" dell'occidente in una competizione parallela a quella degli armamenti: fu infatti una delle punte di diamante nella competizione culturale tra i due grandi sistemi politici. L'URSS, comunista, aveva inviato il Balletto del Bolshoi in America; gli Stati Uniti, capitalisti, come potevano opporsi? Con la musica, e in particolare mobilitando i grandi del jazz. 
Il Dipartimento di Stato americano finanziò le esibizioni del Dave Brubeck Quartet in Paesi del blocco orientale così come in alcuni del Terzo Mondo. 
 Nel 1958, sul New Yorker, apparve un fumetto che riassumeva questa strana forma di scambi diplomatici. La vignetta illustrava una riunione alla Casa Bianca a proposito di "una missione estremamente delicata". Lì, un partecipante chiede: "Sarà meglio mandare John Foster Dulles o Satchmo?"
 (Il primo era Segretario di Stato durante la Presidenza Eisenhower, convinto anticomunista; "Satchmo" era il nomignolo di Louis Armstrong.) 



Ma Dave Brubeck notò bene le incongruenze insite nell'offensiva di public relations che sfruttava i talenti del jazz. Nel mondo, le band statunitensi, composte da musicisti bianchi e neri, davano degli USA un'immagine di armonia, di intesa perfetta, mentre invece la segregazione razziale era ancora una realtà - realtà prevalente soprattutto negli stati meridionali americani. 
Questa problematica fu anche un soggetto del musical satirico The Real Ambassadors, che Brubeck scrisse insieme a Iola. 

La segregazione razziale non era accettabile per lui. Ogni volta che il promotor o l'emittente televisiva gli chiedeva di sostituire il suo bassista nero, Eugene Wright, Dave cancellava il concerto, la gig, l'apparizione in TV. 

I musicisti jazz impararono anche a usare i loro incarichi di rappresentanza all'estero per esercitare pressioni nella propria patria. Nel 1957, Louis Armstrong rifiutò di viaggiare in Unione Sovietica perché ai bambini neri di Little Rock, Arkansas, fu rifiutato l'ingresso a scuola. 



Il suo ottantesimo compleanno (6 dicembre 2000) Brubeck lo trascorse a Milano. A quell'età ancora andava in tournée... Poche settimane prima, era stato operato agli occhi. Il musicista raccontò che, dopo l'operazione, disse alla moglie: "Trovo fantastico che sei tornata a metterti il rossetto!"
Iola Brubeck ribatté: "Ma io mi metto sempre il rossetto! Eri tu che non ci vedevi più". 
Il grande musicista si rischiarò tutto, contento come un bambino, ed esclamò: "Sono tornati i colori!" 

Il tour europeo che seguì fu uno di quelli che gli diedero maggiore soddisfazione. 

 Una vita insieme: Mr. e Mrs. Brubeck




Questo scritto usa diverse informazioni tratte dall'articolo di Hans Hielscher apparso sullo Spiegel "Mr Cool, der Jazz-Diplomat".

 Altre informazioni su Dave Brubeck sono contenute in un post scritto subito dopo la sua morte sul blog Topolàin: "Addio a Dave Brubeck".



#musica #jazz #davebrubeck #piano #pianoforte #pianisti #jazz

Un paio di vinili o tre:








lunedì 27 luglio 2020

Jimmy Smith, l'Hammond B-3 nel jazz

Jimmy Smith, più propriamente James Oscar Smith, era un tastierista i cui album entrarono più volte nei primi posti delle classifiche. E uno dei suoi meriti è di aver reso famoso l'organo Hammond B-3.

       
                A sinistra: Wild Bill Davis; a destra: Jimmy Smith


I proprietari dei club di jazz avevano "scoperto" che ingaggiare un trio con organo era più economico che convocare un'intera big band. Da qui l'interesse crescente per lo strumento.
La maniera in cui Smith suonava l'Hammond B-3 (percussivo con seguente decadimento - tipo pianoforte -; le alternative sono: tenuto e a lento attacco) ha ispirato tutta una generazione di tastieristi. Anche grazie a Smith, negli Anni '60 e '70 l'uso dell'organo elettrico si è decisamente diffuso: nel rhythm & blues, nel rock, nel reggae, nel rock progressivo.


Nato l'8 dicembre 1925 a Norristown, in Pennsylvania, già a sei anni Jimmy seguì il padre nei vari club, per spettacolini vaudeville "song-and-dance" che consistevano - appunto - in esibizioni di canto e ballo. Iniziò a suonare il pianoforte in maniera autodidatta e, a nove anni, vinse un concorso per talenti indetto da una stazione radio di Philadelphia. Non smise mai di far musica e fu tanto previdente da mettersi a studiarla seriamente, frequentando scuole e istituti. Dal '51 al '54 suonò il piano, poi anche l'organo, militando in gruppi R&B di Philadelphia (tra gli altri: Don Gardner and the Sonotones). Decise definitivamente che il suo strumento principale sarebbe stato l'organo dopo aver ascoltato, nel 1954, Wild Bill Davis. 



Registrò circa 40 sessions per la Blue Note. Suoi album di successo di quel periodo includono The Sermon!, House Party, Home Cookin', Midnight Special, Back at the Chicken Shack e Prayer Meetin'.
Nel 1962 firmò un contratto con la Verve
Blue Note e Verve sarebbero state le etichette musicali alle quali si sarebbe legato anche nei decenni successivi.



Video: Jimmy Smith - Live in Denmark 1968

Con Jimmy Smith (Hammond organ, voc), Nathan Page (g), Charles Crosby (dr)

Setlist: "Ode to Billie Joe", "Sonnymoon for Two", "Days Of Wine And Roses", "Got My Mojo Working", "Satin Doll" 
NOTA: Qui si vede Nathan Page usare il "thumb pick" - tecnica inusuale per un chitarrista jazz. Fu Jimmy Smith a consegnare a Page quella chitarra Guild, quando Page si unì al gruppo.


Durante gli Anni '70 Smith aprì un club a North Hollywood (Los Angeles), all'indirizzo 12910 Victory Boulevard, dove suonò regolarmente con Kenny Dixon alla batteria, Herman Riley e John F. Phillips al sassofono. Nella sua band era previsto anche un suonatore di armonica e flauto: l'onore andò a Stanley Behrens
A un suo disco del 1972, Root Down, viene ascritto un ruolo importante per l'influenza esercitata sulle successive generazioni di musicisti funk e hip-hop. Root Down venne registrato live nel suo club, con un gruppo a supporto i cui membri erano influenzati dal funk e dal rock.  


     Qui, Jimmy Smith in un concerto del 1971 insieme a compagni stellari: Cannonball Adderley, Dave Brubeck e Charlie Mingus

Jimmy Smith fu attivo anche negli anni '80 e '90. Nella sua carriera arrivò a registrare con Quincy Jones, Frank Sinatra, Michael Jackson (lo si può sentire nella canzone "Bad", prima traccia dell'omonimo album di Michael Jackson), la cantante Dee Dee Bridgewater e l'organista, trombettista, vocalist Joey DeFrancesco. Il suo ultimo album fu Dot Com Blues (Blue Thumb/Verve, 2000), registrato insieme a B. B. King, Dr. John ed Etta James.

Nel 2004 si trasferì in Arizona con la moglie, la quale morì appena pochi mesi dopo per via del cancro. Smith registrò ancora Legacy con Joey DeFrancesco. I due si stavano preparando ad andare in tournée, quando Smith venne trovato morto dal suo manager, Robert Clayton, nella sua casa di Scottdale. Si era spento nel sonno.






giovedì 11 giugno 2020

'A Love Supreme'

A Love Supreme venne registrato in una sola sessione il 9 dicembre 1964 ai Van Gelder Studios di Englewood Cliffs, New Jersey, e pubblicato nel gennaio 1965.

È il capolavoro della formazione costituita da "Trane" (sassofono tenore), McCoy Tyner (piano), Jimmy Garrison (basso) ed Elvin Jones (batteria). 


John Coltrane, che morì a soli 40 anni con il fegato spappolato dall'alcool e dall'eroina, incanta con la sua immortale estetica dei suoni.  Plays the Blues (1960, ma pubblicato nel 1962) e l'album sunnominato (uscito nel 1965) sono lavori che, una volta sentiti, non si riesce a mettere in disparte. E' il Coltrane della definitiva consacrazione da parte del pubblico e della critica, prima della sua ennesima rinascita sotto spoglie "new age" con Ascension e Interstellar Space (ma quello della "new age" è un vestito che gli hanno messo addosso altri).
 
 

Il disco A Love Supreme fu quello che rivoluzionò ogni cosa. Prima non c'era stato nulla del genere. Coltrane ruppe con la tradizione del jazz e spianò la strada del rock...
(Da un articolo della rivista tedesca Eclipsed)




Coltrane: una persona molto bella, dentro e fuori. Venuto dopo l'era del be-bop - uno stile dai tempi e dalla tecnica "proibitivi" -, e dunque dopo Dizzy Gillepsie e Charlie Parker, strumentisti strabilianti capaci di suonare a velocità mozzafiato e con forza inaudita.

Il be-bop non era una musica per tutte le orecchie; eppure, come quella di
Benny Goodman (sonorità "eccitanti e divertenti" che aiutarono un'intera generazione a dimenticare i tempi bui della crisi), fu ben presto assimilata da una èlite di "hipsters" e di amanti della musica "colta" e, contro tutte le previsioni, trovò un suo spazio di mercato. Un idolo avevano in comune Parker e Coltrane: Lester Young. Ma Coltrane era influenzato anche dai ritmi africani e asiatici e, quando lasciò il gruppo di Miles Davis (o ne fu licenziato), diede vita alla propria band: The John Coltrane Quartet, che dal 1961 al 1965 polarizzò l'attenzione generale con registrazioni come - appunto - Coltrane Plays the Blues e A Love Supreme.

    


Il primo è una rilettura del blues in senso modale o orizzontale. Qui, oltre al sax tenore, "Trane" suona anche l'alto, che presto però metterà da parte anche perché, secondo lui, Charlie Parker aveva già tratto da quello strumento tutto il possibile.

L'altro è trenta minuti di esaltazione e rabbia, di preghiera cristiana e delirio superumano, e giustamente ritenuto una delle opere più importanti della musica moderna (al di là di ogni categorizzazione). Il cool-jazz di marca lesteryounghiana trova la sua compiutezza negli approdi della continua ricerca di Coltrane, nella dolce ribellione dell'"allievo" John: un uomo privo di cinismo. Persino nella sua rabbia si avverte l'infinita dolcezza...

In
Coltrane Plays the Blues troviamo Steve Davis al basso, in A Love Supreme il suo sostituto Jimmy Garrison. Il resto del quartetto è, in entrambe le registrazioni, quello della formazione "storica", con Coltrane al tenorsassofono (in qualche pezzo di Plays the Blues soffia anche l'alto, come abbiamo visto), McToy Tyner ai tasti bianchi e neri e Elvin Jones alla batteria.

Coltrane Plays the Blues
comincia con il leggero swing pianistico di McToy, che apre la strada a un "Trane" a fronte finalmente serena dopo anni di deboscia: è il "Blues To Elvin", saluto e omaggio all'amico Elvin Jones (che è lì ad agitare i drum sticks). Questo pezzo d'apertura ci fa capire che stiamo per imbarcarci per un viaggio travolgente pur se - fortunatamente - atraumatico. Uno non può fare a meno di abbandonarsi alla perfetta levità con cui Coltrane supera l'esame blues. I sei titoli sono interpretati in sei diversi modi: in maniera soffice, con energia, con molta poesia... Innamorato dei contrasti, John Coltrane imbastisce su semplici frasi melodiche delle complesse improvvisazioni, per tornare poi a una linearità formale ma impreziosita da contrappunti che sono simili a gemme seminate su uno spartito invisibile (perfetta l'intesa tra McToy e Jones). E' un album che dovrebbe piacere anche a chi non è avvezzo al jazz, avantguardistico o meno.

La stessa cosa si può dire di
A Love Supreme.

Una volta che hai la tecnica nel sangue, puoi far liberamente parlare il cuore. E' un'impresa che riesce a John Coltrane in questo che è il suo output commercialmente (e non solo) più felice. Qui c'è tutto "Trane": la commistione di jazz con discipline come poesia, filosofia, sociologia e religione (quest'ultima intesa come puro slancio mistico e non come fredda scienza dottrinale).

Nel jazz - soprattutto in quello "free" - l'inventiva melodica non è un "must" (chi ha ascoltato un qualsiasi disco di
Yusuf Lateef sa quel che intendo), ma a Coltrane, che aveva già "rilavorato" tanti celebri classici americani (p. es. "My Favorite Things"), riesce naturale creare nuovi temi. In A Love Supreme si apre una porta verso il futuro, ma il cordone ombelicale non viene reciso. I veri Grandi esplorano nuovi territori senza mai distanziarsi dalla tradizione. (Fu il caso anche di Charlie Mingus e di Ornette Coleman.)
Sembra quasi impossibile che a "Trane" rimarranno appena due anni per assaporare il plauso venutogli con A Love Supreme. E ancora più arduo è pensare che fino all'ultimo non smise affatto con la "récherche"; anzi... Ascension e Interstellar Space (suo ultissimo album) sono due prodotti esemplari di free jazz; o forse un mix di musica atonale à la Darius Milhaud e di rock spaziale à la Sun Ra.



Il capitolo "Alabama"

Il 15 settembre 1963 a Birmingham, Alabama, un membro del Ku Klux Klan noto come "Dynamite Bob" depose dell'esplosivo dentro una chiesa frequentata da gente di colore. La detonazione uccise quattro ragazze (una di undici anni, tre di quattordici) e ferì molte altre persone. John Coltrane reagì componendo "Alabama", un pezzo che registrò il 18 novembre, due mesi dopo la terribile tragedia.


Le immagini che seguono sono tratte dal programma televisivo Jazz Casual, andato in onda il 1° novembre 1963. Si tratta possibilmente della prima esecuzione pubblica del toccante brano.
The John Coltrane Quartet: John Coltrane, McCoy Tyner, Jimmy Garrison, Elvin Jones.




Per tutti gli Anni Cinquanta Coltrane aveva inutilmente tentato di uscire dall'ombra di Sonny Rollins, un "collega-rivale" di quattro anni più giovane. Solo quando Rollins nel 1958 decise di ritirarsi, rimanendo lontano dalla scena musicale per diversi anni, a John Coltrane riuscì di profilarsi nel gruppo di Miles Davis come tenore-sassofonista.  
Kind of Blue (1959) aveva reso il jazz modale alquanto popolare. Coltrane sviluppò il concetto, che consisteva non più nel produrre una serie di accordi, ma di esprimersi con scale simili a quelle della musica indiana o della musica medievale. Aveva covato da tempo l'idea di suonare questa particolare suite che rappresenta una preghiera, ma solo nel dicembre 1964 riuscì a registrarla, grazie all'appoggio di musicisti d'eccezione con i quali riusciva a capirsi benissimo e sotto l'influenza del celebre discorso di Martin Luther King "I Have A Dream".




A Love Supreme sembra per lunghi tratti come una realizzazione musicale di quel discorso, che, anch'esso, è strutturato a mò di preghiera. Inoltre "Trane" voleva rielaborare in qualche modo il dolore per la scomparsa dell'amico Eric Dolphy, la cui morte gli aveva causato un vero shock, e la musica gli venne in soccorso.
Il giorno dopo la session originale in studio di registrazione, Coltrane suonò alcuni brani aggiuntivi con Archie Shepp (anche lui al sassofono tenore) e con il bassista Art Davis, ma queste tracce non vennero inserite nel disco e vennero alla luce solo nel 2002.



Che c'entra un'opera di jazz con il rock, chiedete voi? Presto detto: se si pensa che A Love Supreme funziona come un raga indiano, è facile arguire che quel disco era fortemente compatibile con l'estetica hippie. Da A Love Supreme a "Desolation Row" di Bob Dylan o alla musica di Jimi Hendrix e dei Grateful Dead (non estranea all'improvvisazione modale), il passo è breve. Occorre considerare inoltre che Carlos Santana e gli Allman Brothers (tra gli altri) sono stati esplicitamente ispirati da Coltrane.







sabato 30 maggio 2020

Happy Birthday, Benny Goodman!

Oggi ricorre l'anniversario della nascita del grande clarinettista.




Nacque a Chicago il 30 maggio 1909 in una famiglia povera di immigrati ebrei. Aveva 10 anni quando gli fu regalato un clarinetto. Prese lezioni alla sinagoga Kehelah Jacob, poi Franz Schoepp, della Chicago Symphony Orchestra, fu suo insegnante per due anni. A 12 anni "Benny" (il cui vero nome era David) suonava già in bands che si esibivano in locali da ballo della città. In seguito fece parte della Austin High School Gang. Intanto ascoltava e imparava il jazz grazie ai grandi solisti degli Anni Venti. Nel 1931 incise il suo primo disco e da allora fu... leggenda!

Memorabile il concerto della sua orchestra alla Carnegie Hall di NY. 





 Benny Goodman and His Orchestra - Carnegie Hall Jazz Concert (live 1938)

  The whole thing


Wow! This is jazz! Le seguenti clips sono tratte dal concerto in questione, che rivoluzionò tutti i parametri della musica e viene considerato il più importante (o comunque uno dei più importanti) di tutti i tempi. Una velocità e una tecnica mai raggiunte prima.

Il tizio al vibrafono è assolutamente inimitabile: è "un certo" Lionel Hampton. Benny Goodman stesso è ovviamente al clarinetto, e poi abbiamo Gene Krupa alla batteria e Teddy Wilson ai tasti bianchi e neri. Really wild!










E le sequenze che seguono - una doppia portata di swing jazz - sono dal film Hollywood Hotel (1937). Benny Goodman (che, incredibile ma vero, morì in miseria) qui sempre con i suoi fidi Gene Krupa, Harry James (è il primo trombettista a sinistra), Lionel Hampton e Teddy Wilson. Krupa secondo me è tra i migliori batteristi di tutti i tempi (e destinato a rimanerlo per l'eternità), insieme a Ginger Baker.


 

Ancora una nota: ci fu un periodo in cui lo swing venne considerato un genere troppo "black" per sottoporlo alle orecchie della gioventù bianca e, di conseguenza, numerose stazioni radio si rifiutarono di trasmetterlo. Dunque, per i loro tempi Goodman e accoliti significarono ciò che Elvis significò per il rhythm and blues.

Nel '53. Alla voce: Peggy Lee
 



Minnie's in the Money


 Arrivederci, Mr. Goodman!
Benny Goodman, noto come "King of Swing"
La sua big band e tutti i suoi vari gruppi segnarono un'epoca: gli Anni Trenta e Quaranta. In America... ma non solo. 
Morì nel 1986 a New York City. 



 "Sing, Sing, Sing" ... nell'interpretazione della big band di Benny Goodman




Composto nel 1935 da Louis Prima (da non confondere con Louis Jordan!), "Sing, Sing, Sing" anticipò quel tipo di swing che avrebbe caratterizzato il periodo durante e dopo il secondo conflitto mondiale e in cui, com'è noto, oltre a Duke Ellington (scuola newyorkese, influenzata dalla musica sinfonica) e Count Basie (scuola di Kansas City, più fedele al blues), trionfarono le big band di Glenn Miller, Jimmy Dorsey, Tommy Dorsey, Prima, Goodman, Artie Shaw... finché molti locali non iniziarono a virare verso il nuovo genere che faceva impazzire i ragazzi del tempo: il rock'n'roll.


 Folla di fans a Oakland, California


Greatest Hits