giovedì 11 giugno 2020

'A Love Supreme'

A Love Supreme venne registrato in una sola sessione il 9 dicembre 1964 ai Van Gelder Studios di Englewood Cliffs, New Jersey, e pubblicato nel gennaio 1965.

È il capolavoro della formazione costituita da "Trane" (sassofono tenore), McCoy Tyner (piano), Jimmy Garrison (basso) ed Elvin Jones (batteria). 


John Coltrane, che morì a soli 40 anni con il fegato spappolato dall'alcool e dall'eroina, incanta con la sua immortale estetica dei suoni.  Plays the Blues (1960, ma pubblicato nel 1962) e l'album sunnominato (uscito nel 1965) sono lavori che, una volta sentiti, non si riesce a mettere in disparte. E' il Coltrane della definitiva consacrazione da parte del pubblico e della critica, prima della sua ennesima rinascita sotto spoglie "new age" con Ascension e Interstellar Space (ma quello della "new age" è un vestito che gli hanno messo addosso altri).
 
 

Il disco A Love Supreme fu quello che rivoluzionò ogni cosa. Prima non c'era stato nulla del genere. Coltrane ruppe con la tradizione del jazz e spianò la strada del rock...
(Da un articolo della rivista tedesca Eclipsed)




Coltrane: una persona molto bella, dentro e fuori. Venuto dopo l'era del be-bop - uno stile dai tempi e dalla tecnica "proibitivi" -, e dunque dopo Dizzy Gillepsie e Charlie Parker, strumentisti strabilianti capaci di suonare a velocità mozzafiato e con forza inaudita.

Il be-bop non era una musica per tutte le orecchie; eppure, come quella di
Benny Goodman (sonorità "eccitanti e divertenti" che aiutarono un'intera generazione a dimenticare i tempi bui della crisi), fu ben presto assimilata da una èlite di "hipsters" e di amanti della musica "colta" e, contro tutte le previsioni, trovò un suo spazio di mercato. Un idolo avevano in comune Parker e Coltrane: Lester Young. Ma Coltrane era influenzato anche dai ritmi africani e asiatici e, quando lasciò il gruppo di Miles Davis (o ne fu licenziato), diede vita alla propria band: The John Coltrane Quartet, che dal 1961 al 1965 polarizzò l'attenzione generale con registrazioni come - appunto - Coltrane Plays the Blues e A Love Supreme.

    


Il primo è una rilettura del blues in senso modale o orizzontale. Qui, oltre al sax tenore, "Trane" suona anche l'alto, che presto però metterà da parte anche perché, secondo lui, Charlie Parker aveva già tratto da quello strumento tutto il possibile.

L'altro è trenta minuti di esaltazione e rabbia, di preghiera cristiana e delirio superumano, e giustamente ritenuto una delle opere più importanti della musica moderna (al di là di ogni categorizzazione). Il cool-jazz di marca lesteryounghiana trova la sua compiutezza negli approdi della continua ricerca di Coltrane, nella dolce ribellione dell'"allievo" John: un uomo privo di cinismo. Persino nella sua rabbia si avverte l'infinita dolcezza...

In
Coltrane Plays the Blues troviamo Steve Davis al basso, in A Love Supreme il suo sostituto Jimmy Garrison. Il resto del quartetto è, in entrambe le registrazioni, quello della formazione "storica", con Coltrane al tenorsassofono (in qualche pezzo di Plays the Blues soffia anche l'alto, come abbiamo visto), McToy Tyner ai tasti bianchi e neri e Elvin Jones alla batteria.

Coltrane Plays the Blues
comincia con il leggero swing pianistico di McToy, che apre la strada a un "Trane" a fronte finalmente serena dopo anni di deboscia: è il "Blues To Elvin", saluto e omaggio all'amico Elvin Jones (che è lì ad agitare i drum sticks). Questo pezzo d'apertura ci fa capire che stiamo per imbarcarci per un viaggio travolgente pur se - fortunatamente - atraumatico. Uno non può fare a meno di abbandonarsi alla perfetta levità con cui Coltrane supera l'esame blues. I sei titoli sono interpretati in sei diversi modi: in maniera soffice, con energia, con molta poesia... Innamorato dei contrasti, John Coltrane imbastisce su semplici frasi melodiche delle complesse improvvisazioni, per tornare poi a una linearità formale ma impreziosita da contrappunti che sono simili a gemme seminate su uno spartito invisibile (perfetta l'intesa tra McToy e Jones). E' un album che dovrebbe piacere anche a chi non è avvezzo al jazz, avantguardistico o meno.

La stessa cosa si può dire di
A Love Supreme.

Una volta che hai la tecnica nel sangue, puoi far liberamente parlare il cuore. E' un'impresa che riesce a John Coltrane in questo che è il suo output commercialmente (e non solo) più felice. Qui c'è tutto "Trane": la commistione di jazz con discipline come poesia, filosofia, sociologia e religione (quest'ultima intesa come puro slancio mistico e non come fredda scienza dottrinale).

Nel jazz - soprattutto in quello "free" - l'inventiva melodica non è un "must" (chi ha ascoltato un qualsiasi disco di
Yusuf Lateef sa quel che intendo), ma a Coltrane, che aveva già "rilavorato" tanti celebri classici americani (p. es. "My Favorite Things"), riesce naturale creare nuovi temi. In A Love Supreme si apre una porta verso il futuro, ma il cordone ombelicale non viene reciso. I veri Grandi esplorano nuovi territori senza mai distanziarsi dalla tradizione. (Fu il caso anche di Charlie Mingus e di Ornette Coleman.)
Sembra quasi impossibile che a "Trane" rimarranno appena due anni per assaporare il plauso venutogli con A Love Supreme. E ancora più arduo è pensare che fino all'ultimo non smise affatto con la "récherche"; anzi... Ascension e Interstellar Space (suo ultissimo album) sono due prodotti esemplari di free jazz; o forse un mix di musica atonale à la Darius Milhaud e di rock spaziale à la Sun Ra.



Il capitolo "Alabama"

Il 15 settembre 1963 a Birmingham, Alabama, un membro del Ku Klux Klan noto come "Dynamite Bob" depose dell'esplosivo dentro una chiesa frequentata da gente di colore. La detonazione uccise quattro ragazze (una di undici anni, tre di quattordici) e ferì molte altre persone. John Coltrane reagì componendo "Alabama", un pezzo che registrò il 18 novembre, due mesi dopo la terribile tragedia.


Le immagini che seguono sono tratte dal programma televisivo Jazz Casual, andato in onda il 1° novembre 1963. Si tratta possibilmente della prima esecuzione pubblica del toccante brano.
The John Coltrane Quartet: John Coltrane, McCoy Tyner, Jimmy Garrison, Elvin Jones.




Per tutti gli Anni Cinquanta Coltrane aveva inutilmente tentato di uscire dall'ombra di Sonny Rollins, un "collega-rivale" di quattro anni più giovane. Solo quando Rollins nel 1958 decise di ritirarsi, rimanendo lontano dalla scena musicale per diversi anni, a John Coltrane riuscì di profilarsi nel gruppo di Miles Davis come tenore-sassofonista.  
Kind of Blue (1959) aveva reso il jazz modale alquanto popolare. Coltrane sviluppò il concetto, che consisteva non più nel produrre una serie di accordi, ma di esprimersi con scale simili a quelle della musica indiana o della musica medievale. Aveva covato da tempo l'idea di suonare questa particolare suite che rappresenta una preghiera, ma solo nel dicembre 1964 riuscì a registrarla, grazie all'appoggio di musicisti d'eccezione con i quali riusciva a capirsi benissimo e sotto l'influenza del celebre discorso di Martin Luther King "I Have A Dream".




A Love Supreme sembra per lunghi tratti come una realizzazione musicale di quel discorso, che, anch'esso, è strutturato a mò di preghiera. Inoltre "Trane" voleva rielaborare in qualche modo il dolore per la scomparsa dell'amico Eric Dolphy, la cui morte gli aveva causato un vero shock, e la musica gli venne in soccorso.
Il giorno dopo la session originale in studio di registrazione, Coltrane suonò alcuni brani aggiuntivi con Archie Shepp (anche lui al sassofono tenore) e con il bassista Art Davis, ma queste tracce non vennero inserite nel disco e vennero alla luce solo nel 2002.



Che c'entra un'opera di jazz con il rock, chiedete voi? Presto detto: se si pensa che A Love Supreme funziona come un raga indiano, è facile arguire che quel disco era fortemente compatibile con l'estetica hippie. Da A Love Supreme a "Desolation Row" di Bob Dylan o alla musica di Jimi Hendrix e dei Grateful Dead (non estranea all'improvvisazione modale), il passo è breve. Occorre considerare inoltre che Carlos Santana e gli Allman Brothers (tra gli altri) sono stati esplicitamente ispirati da Coltrane.







Hiromi - Live in Marciac 2010

Hiromi Uehara, fantastica pianista.



01. I Got Rhythm 00:00 02. Sicilian Blue 11:10 03. BQE 21:45 04. Berne, Baby, Berne 30:52 05. Pachelbel's Canon 36:31 06. Choux a la Crème 46:05





Qui sotto, di nuovo Hiromi e di nuovo in "Sicilian Blue", stavolta con lo Stanley Clarke Trio (vedi post precedente).



domenica 7 giugno 2020

Stanley Clarke Band feat. Hiromi

... all'Heineken Jazzaldia 2010

Jazzaldia, Festival de Jazz de San Sebastián (España), 23 Jul 2010



Stanley Clarke - contrabbasso
Ruslan Sirota - tastiere
Ronald Bruner Jr. - percussioni
Hiromi - pianoforte



Stanley Clarke, nato nel 1951, è membro dei Return to Forever, una delle prime band di jazz fusion. Clarke ha fatto ascendere il contrabasso a un livello di rilevanza che, nel jazz, tale strumento non aveva mai raggiunto prima. Alcuni dei suoi album hanno venduto parecchio, fino a raggiungere lo stato di "disco d'oro".

Clarke vanta 15 candidature al Grammy, che ha vinto per cinque volte: tre come solista, una con la Stanley Clarke Band e una con i Return to Forever.


sabato 6 giugno 2020

Equinox (Coltrane)

Quant'è bello il jazz! Il Wonderjazz per la precisione, dato che abbiamo di nuovo a che fare con un grande brano tratto da un grande disco:


"Equinox"- traccia contenuta in Coltrane's Sound


℗ 1964 Atlantic Recording Corporation for the United States and WEA International Inc. for the world outside of the United States.




Drums: Elvin Jones
Tenor Saxophone: John Coltrane
Piano: McCoy Tyner
Bass Guitar: Steve Davis


Producer: Nesuhi Ertegun
Engineer: Tom Dowd

Writer: John Coltrane



Questo "jazz standard" deve il titolo a un suggerimento della moglie di Coltrane, Naima. Il sassofonista era nato il 23 settembre 1926, proprio in corrispondenza con l'equinozio autunnale di quell'anno...





 

... e su Faust's Look



***

Frank Martino - 'Ego Boost'

Novità jazzrock /fusion. Uscito l'album del chitarrista Frank Martino e dei suoi Disorgan



Ospite d'eccellenza:
Massimiliano Milesi al sassofono tenore

Disorgan sono:

Claudio Vignali alle tastiere (Fender Rhodes piano, Korg MS20)
Frank Martino chitarra elettrica 8 corde, live electronics
Niccolò Romanin percussioni





CD di Frank Martino su Amazon: link
Disorgan Trio: link


Frank Martino / Ylyne è su Facebook

     Ylyne, il progetto genuinamente elettronico di Frank Martino

     ... e ancora con i Disorgan

domenica 31 maggio 2020

Chuck Mangione - "I Do Everything for Love"

Musicista, compositore, trombettista e flicornista jazz statunitense. La madre, di cognome Bellavia, era originaria di Serradifalco (Caltanissetta), mentre il padre era originario di Naro (Agrigento). Stiamo parlando di...






Chuck Mangione, compositore e cornettista di rango internazionale, è nato nel 1940 a Rochester, New York. Le sue origini possono essere definite italiane ed ebree. Praticamente appena finito il conservatorio, arrivò a suonare nei "Jazz Messengers" di Art Blackey. Dopo una vita di successi con il suo stile orecchiabile o smooth jazz (numerosi i brani di Chuck Mangione inseriti nelle colonne sonore di film), smise di esibirsi dal vivo nel 1989, a chiusura di un quarto di secolo di vita da girovago... per riprendere nel 1994, dopo la morte di Dizzie Gillepsie, da lui venerato.




Alcune opinioni su Chuck Mangione trovate sul sito Debaser:

«Influenzato indelebilmente da Dizzy Gillespie e capace di creare un jazz accattivante e disinvolto. Personaggio dotato di energia infinita, gioia ed entusiasmo.»

«"Tarantella" è un capolavoro. Con Corea e Steve Gadd. Disco favoloso, e non è l'unico. Artista di una passione immensa.»

«Genuino e articolato. Da ascoltare sotto il chiarore del sole d'estate.»


sabato 30 maggio 2020

Happy Birthday, Benny Goodman!

Oggi ricorre l'anniversario della nascita del grande clarinettista.




Nacque a Chicago il 30 maggio 1909 in una famiglia povera di immigrati ebrei. Aveva 10 anni quando gli fu regalato un clarinetto. Prese lezioni alla sinagoga Kehelah Jacob, poi Franz Schoepp, della Chicago Symphony Orchestra, fu suo insegnante per due anni. A 12 anni "Benny" (il cui vero nome era David) suonava già in bands che si esibivano in locali da ballo della città. In seguito fece parte della Austin High School Gang. Intanto ascoltava e imparava il jazz grazie ai grandi solisti degli Anni Venti. Nel 1931 incise il suo primo disco e da allora fu... leggenda!

Memorabile il concerto della sua orchestra alla Carnegie Hall di NY. 





 Benny Goodman and His Orchestra - Carnegie Hall Jazz Concert (live 1938)

  The whole thing


Wow! This is jazz! Le seguenti clips sono tratte dal concerto in questione, che rivoluzionò tutti i parametri della musica e viene considerato il più importante (o comunque uno dei più importanti) di tutti i tempi. Una velocità e una tecnica mai raggiunte prima.

Il tizio al vibrafono è assolutamente inimitabile: è "un certo" Lionel Hampton. Benny Goodman stesso è ovviamente al clarinetto, e poi abbiamo Gene Krupa alla batteria e Teddy Wilson ai tasti bianchi e neri. Really wild!










E le sequenze che seguono - una doppia portata di swing jazz - sono dal film Hollywood Hotel (1937). Benny Goodman (che, incredibile ma vero, morì in miseria) qui sempre con i suoi fidi Gene Krupa, Harry James (è il primo trombettista a sinistra), Lionel Hampton e Teddy Wilson. Krupa secondo me è tra i migliori batteristi di tutti i tempi (e destinato a rimanerlo per l'eternità), insieme a Ginger Baker.


 

Ancora una nota: ci fu un periodo in cui lo swing venne considerato un genere troppo "black" per sottoporlo alle orecchie della gioventù bianca e, di conseguenza, numerose stazioni radio si rifiutarono di trasmetterlo. Dunque, per i loro tempi Goodman e accoliti significarono ciò che Elvis significò per il rhythm and blues.

Nel '53. Alla voce: Peggy Lee
 



Minnie's in the Money


 Arrivederci, Mr. Goodman!
Benny Goodman, noto come "King of Swing"
La sua big band e tutti i suoi vari gruppi segnarono un'epoca: gli Anni Trenta e Quaranta. In America... ma non solo. 
Morì nel 1986 a New York City. 



 "Sing, Sing, Sing" ... nell'interpretazione della big band di Benny Goodman




Composto nel 1935 da Louis Prima (da non confondere con Louis Jordan!), "Sing, Sing, Sing" anticipò quel tipo di swing che avrebbe caratterizzato il periodo durante e dopo il secondo conflitto mondiale e in cui, com'è noto, oltre a Duke Ellington (scuola newyorkese, influenzata dalla musica sinfonica) e Count Basie (scuola di Kansas City, più fedele al blues), trionfarono le big band di Glenn Miller, Jimmy Dorsey, Tommy Dorsey, Prima, Goodman, Artie Shaw... finché molti locali non iniziarono a virare verso il nuovo genere che faceva impazzire i ragazzi del tempo: il rock'n'roll.


 Folla di fans a Oakland, California


Greatest Hits