Abbiamo a che fare con una visione modernista, e sperimentale per tanti versi, della musica rock. E della musica tout court. Un'integrazione di linguaggi diversi, senza la componente compiacente e crudelmente buffonesca dell'artista di cassetta.
Come sarebbe facile ora far partire una ballata rock! Ma la musica di Mirko Jymi rimane ricerca, e anche casualità; cosa, quest'ultima, che è un elemento non indifferente dell'avanguardia.
È un discorso comunque che vale fino a Planets. Di recente (2021) è uscito Moments of Reflection, che, pur basandosi su ambient e fusion, è sicuramente un disco tipicamente progressive rock.
First is best?Il debutto (2004) del
MirkoJymiMusicalProject
Dunque: la ricerca insita al MirkoJymiMusicalProject, al Mirko Jymi del tempo di The Trys e a quello del successivo Planets, è musica aleatoria, da una parte limitata ad alcuni parametri fissati dal compositore in partenza, dall'altra affidata alla sostenibilità e alla forza di resistenza dello strumento, degli strumenti usati. Ossia: sintetizzatori Korg, Yamaha CS-80 analog, Minimoog, Poly Moog, Hammond, Arp Odissey...
Abbiamo, a immediata disposizione, due album (in formato fisico): Distant Lands e Planets.
Se il primo CD, quello di The Trys (1995), evoca lunghi binari e foreste dense (il viaggio come esperienza centrale!), il secondo, Planets appunto, pubblicato con il moniker "MirkoJymiMusicalProject" e che ha ugualmente la caratteristica di essere di ottima fattura e contenente bellissime grafiche e un delizioso libretto, già ci fa staccare dalla Terra, ossia dall'astronave madre, e ci porta nello spazio.
Album di fusion, strumentale, contenente due tracce:
"Start Of The Journey" (12 min.)
"Distant Land Suite" (41 min.)
a) Set put on a long Journey
b) Long Trailsc) Dense Woods
d) An enchantnebt of streams
e) Deer Wolves Eagles, Watching You
f) The Journey Continues
g) Fatigue Makes Itself Felt
h) Finally Break
i) Resume The Journey
l) End Of The Journey Peace
Ci sono molte figure musicali completamente sconosciute al grande pubblico ma importanti perché hanno contribuito e contribuiscono all'evoluzione della musica. In questo album del 1995, Mirko Jymi mostra già l'uso anticonvenzionale di ritmo, melodia e armonia. In pratica, l'artista ha accorciato la scala dei suoni... nel contempo esplorandola in profondità.
Tu pensi: wow, qui siamo tra Schönberg e Shostakovich! Poi parte il secondo brano - che è in realtà una lunga suite suddivisa in 10 parti - e il tuo udito avvezzo al pop già si allieta per l'inizio che fa pensare a qualche brano dalla melodia corrente, orecchiabile, ma anche in questo caso: la melodia c'è, però insiste su dissonanze. È una ricerca seria, seriosa, con brani che a tratti defineresti monocordi - su scala locria - ma che vanno a svilupparsi in maniera sorprendente. Tutto molto creativo, artistico. E, pian piano, la parte colta e curiosa di te torna a svegliarsi.
Tra vibrafoni e chitarre sintetiche, tra mugugni e ululati di questo o quel moog e parti corali varie, si sentono il basso di Enrico Antonelli (anche Moog Taurus, effetti sonori) e la batteria e le percussioni di Marco Alberti. Jymi stesso suona sintetizzatori Korg, Yamaha CS-80 analog, Minimoog, Poly Moog, Hammond, Arp Odissey, piano elettrico, clavinet (il cui suono è analogo a quello della chitarra elettrica), vibrafono, chitarra elettrica Steinberg, basso, loops, effetti...
Il primo brano ha già tutte le caratteristiche della musica classica moderna, dicevamo. Non mancano le atonalità; eppure, qua e là vengono a inserirsi linee di melodie e ben sonanti triadi. Ma il viaggio vero "decolla" con "Set put on a long Journey", la prima delle dieci sezioni della suite.
Mentre finora era stata lasciata da parte, apposta, la risoluzione cadenzale, e avevamo registrato l'insistere sulla nota iniziale (che dà l'impronta all'intera composizione), qua abbiamo una virata verso soluzioni di bellezza, anche se ricercata. Ma non illudetevi che si vada a parare sul regalo di un easy listening! Valvole rotative e qualche componente di metallurgia producono bits e bytes di musica che rimane - sì - recherche. E che ci fa riflettere sulla correlazione tra l'udito e gli altri sensi.
È, insomma, un'opposizione voluta e cosciente alla musica leggera o musica popolare. Si tratta di inni e canti assolutamente riconoscibili come moderni, e non solo per l'impiego dell'elettronica. Eppure, nel vento dei suoni pare di ascoltare qualche zufolo assiro-babilonese, qualche lyra. Il satiro suona, appare, poi torna a nascondersi...
Anche Planets (c'è, nella confezione, insieme al CD audio, pure il DVD, che è pieno di immagini futuristiche e spaziali, per aumentare l'esperienza di assimilazione) è chiaramente ricerca; ricerca di un metodo che riconosce - come scrittura convenzionale - solo il tempo, semmai, e dà voce soprattutto agli strumenti elettrofoni. Questo prodotto, come quell'altro, si stacca dalla pretesa di semplice musica cameristica per dare voce a paesaggi, dimensioni polifone, fughe piene di colori. Con meno sonate sciancate e più paesaggi sferici.
Inizia con 4 minuti di ascesa lenta, tra piccole scosse, microsismi, prima che "Cybernetics Part I" assuma una chiara connotazione prog. Si interrompe bruscamente (come se il nastro fosse stato tranciato di netto) e parte "Cybernetics Part II" con ben altri suoni: adesso siamo in un luogo di metallo, ci sono i cigolii di un'astronave e pure qui, a 1:22, parte un jazzrock / prog-jazz di buona fattura. ancora un'interruzione brusca e comincia una sinfonia ariosa: "The Space".
L'opera prosegue così, con entrate e uscite non scontate. Una musica abbastanza varia e immaginifica, certo, sempre sotto l'egida di macchine neuroinformatiche e del "trip" attraverso il nostro sistema solare e oltre. (Godetevi il DVD, ove la grafica - un susseguirsi di diapositive - fa il paio con i suoni.)
Conversazione con l'artista
Mirko Jymi, tastierista italo-brasiliano, ci illustra con simpatico accento romanesco:
MirkoJymiMusicalProject è il mio progetto ambient e risale al 2004. Lo sto rispolverando... Sono inoltre impegnato nella ristampa degli album di The Trys, la mia vecchia band, e ho iniziato una buona collaborazione con Alessandro Serravalle[N.d.R.: chitarrista, tastierista, cantante... vedi Officina F.lli Serravalle, Garden Wall, Il Testamento Degli Arcadi et alia]. Per il 2022, spero di concretizzare un grande progetto jazz rock fusion che ho in mente da un po’ e che vede la collaborazione di famosi artisti internazionali.
Nota:
Mirko fa la spola tra Roma e Salvador de Bahia (e anche Sao Paolo). Ed è spesso il Brasile a dargli ispirazione per i suoi nuovi progetti. Tra le collaborazioni "italiane", oltre ad Alessandro Serravalle Mirko ha contatti con Francesco Chiummento, l'ultimo disco del quale è stato prodotto dallo stesso Mirko Jymi oltre che da Paolo Ricca e Alex Catania. Inoltre, c'è in vista la pubblicazione su vinile di molti suoi lavori, e un DVD dei vari 'live'.
Tra una domanda e l'altra al Maestro, torniamo ad ascoltare un po' della sua musica. Ora è come uno scivolare nello spazio ove qua e là si coglie lo stridore della navicella, con cambiamenti quasi impercettibili nella trama dei bits e bytes. E poi ci sono brani come "Improvisation Part 3" di grande forza immaginativa, con il modularsi di sottotrame che arricchiscono il "motivo" principale, in uno sbocciare di sempre nuovi rami. Non più ambient ma già prog-rock. Un elettro-viaggio. Con le note sostenute a punteggiare il ritmo, nello svilupparsi di pattern nuovi.
La sua musica è una gioia per gli audiofili: con questi prodotti sonori, si potrebbero mettere alla prova i diversi sistemi di riproduzione... a parte farne il soundtrack delle nostre attività quotidiane.
The Trys, dall'album Darkness del 1993.
Con Marco Alberti (drums and percussion) ed Enrico Antonelli (bass, guitars, Moog Taurus, effects)
"Life On Mars" (dall'albumPlanets, 2020)
MirkoJymiMusicalProject - "Tribal Dance"
Dice Mirko:
Cerco sempre di spaziare tra vari generi... come tra l’altro ho sempre fatto nel corso della mia carriera. L’idea per Moments of Reflection mi è venuta una sera in studio in Brasile mentre facevo dei fraseggi al pianoforte. Ero lì quando così all’improvviso ho deciso che avrei fatto un album strumentale di progressive rock.
Prende quindi a parlare del mondo della musica secondo il suo punto di vista di viaggiatore e abitatore di due diversi continenti.
In Italia si va avanti con cover e minestre riscaldate, come si suol dire. In Brasile è diverso. Come mai ho lasciato l'Italia? Come mai ho optato per il Brasile, e anche per i mercati di Germania, Giappone, di tutto il Sud America...? Perché lì fanno versioni di musica Anni '70, '80, '90 e poi arrivano però ai nostri giorni. Quindi, danno la precedenza ad artisti e gruppi moderni e... fanno suonare! In quei Paesi fanno suonare! Poi, certo, è anche bello che ti incontri con il celebre artista brasiliano della psichedelia e del progressive che andava forte in Brasile negli Anni Settanta, okay, bellissimo, però lì si dà spazio alle band meno conosciute. Appunto: il contrario dell'Italia, dove questa cosa non si fa assolutamente. L'Italia... sta distruggendo la musica! In Italia ci si lamenta che "non c'è niente, non c'è niente...". Non è vero: gli artisti ci sono! Ma se non li fanno ascoltare, se non li sponsorizzano, se non gli danno spazio... è normale che non emergeranno mai! Nessuno sa che esistono. Se ancora il sistema italiano degli spettacoli continua con questi gruppi i cui componenti hanno ottant'anni, anziché lasciare il passo alle nuove leve che fanno musica - e alcuni sono musicisti coi controcoglioni, come dicono a Roma, io lo so perché li conosco, li ho ascoltati... - è evidente che non va, che non funziona nulla. I miei sono concetti chiari, credo. Sono anni che mi batto per questa cosa qui!
Fare molta ricerca, fermarsi, studiare. Ecco il nostro compito! Altrimenti si sforna sempre lo stesso prodotto. Io faccio di continuo cose diverse. Oggi, tutte queste band post-rock metal eccetera sembrano lo stesso gruppo! Alla fine, cambia solo il nome. Suonano tutte in maniera uguale. Prendine dieci, di band prog-metal: seguono lo stesso genere, lo stesso filone di musica e non riesci a distinguerle. Di contro io, ogni mio progetto cerco di farlo diverso dal precedente. Altrimenti tralascerei di fare musica, di suonare musica; me ne andrei al mare (sogghigna). Capisci? Lascerei perdere. Questo è il punto, ecco. Siete voi blogger e siete voi pubblico a dare soddisfazione. Noi facciamo musica e cerchiamo di dare il nostro meglio. Quando tornerò in Italia, riprenderò un certo progetto che ho in mente e che voglio portare avanti con Gianni Nocenzi. Un progetto che riguarda band italiane. Band che nessuno se le fila, band che cercano di fare cose interessanti, cose nuove, cose inedite. I F.lli Serravalle sono tra questi gruppi. Noi vogliamo fare una selezione di band, iniziando da Roma e via via esplorando altre aree geografiche. Cercare di farle suonare dal vivo. Basta con questi complessi Anni Ottanta, basta! Hanno fatto la loro parte e ora... che se ne andassero in pensione! Non si può andare avanti seguendo la medesima falsariga. Sempre gli stessi festival, sempre gli stessi artisti e le stesse band... con gente sul palco di 70 anni o più. È abbastanza, adesso! Bisogna dare spazio ad artisti che fanno vera musica. Musica innovativa. Inedita, soprattutto. Non minestre riscaldate di mezzo secolo fa. Ecco il mio parere. E queste idee le porto avanti, le sto portando avanti.
Ti racconto un aneddoto: quando parlai con Klaus Schulze, che conobbi a un concerto (anche merito del mio manager. Fu quando stavo con la Cyclops Records: il mio manager conosceva il manager di Klaus Schulze e ci ha fatti incontrare), io stavo in concerto e lui, Schulze, mi spiegava come mai aveva abbandonato i Tangerine Dream. È andato avanti per un po' a fare musica per poi fermarsi; perché sulla musica ambient, quella che facevano loro, alla fine ti fermi, sennò rischi di fare tutti i progetti molto simili l'uno all'altro, praticamente identici. Infatti, pure i Tangerine Dream alla fine si son persi, così come Klaus Schulze stesso. Lui me lo ha detto, personalmente. Ha spesso, per anni, studiato, fatto ricerca, innovazione, per poi pubblicare nuovi progetti. Non erano idee innovative al 100% le sue ma, diciamo, abbastanza innovative. Quindi - capisci? - lui ha cambiato direzione, mentre nel contempo i Tangerine Dream sfornavano album su album, sì, dischi carini, ma alla fine tutti uguali. Ci intendiamo sul senso del mio discorso? Stando all'avanguardia, io non sono rimasto fermo alle sonorità Anni Settanta. Nel progetto che sto portando avanti con Alessando [N.d.R.: Alessandro Serravalle], usiamo entrambi synth, loops, strumentazione moderna, Korg, Yamaha...
Intervistatore: Ad ascoltare i brani che mi hai spedito, sembra di sentire una band intera! Un ensemble di più persone.
Certo, noi suoniamo persino bass e drums. Dal vivo, nonché sui miei album Planets e Moments of Reflection, ho due turnisti, sia in studio sia live, due musicisti bravi - il batterista ha suonato con Sergio Mendes... Per fare il polistrumentista e mixare le varie registrazioni occorre avere un background niente male, sai? Il tutto richiede grande impegno e tanto studio. Anche perché sulla musica ambient ti puoi sbizzarrire come vuoi, come facevano i grandi maestri, i pionieri. Ci sono brani con looper, con sequencer, samples, suoni speciali, effetti sonori... Se ascolti il concept album Planets, noterai forse che contiene brani che ho suonato con la band e altri unicamente miei, dove uso la batteria elettronica... che però sembra vera! Ciò richiede studi, anni e anni di ricerche.
Già uscito: l'EP Moments of Reflection
(Disco che va in una direzione diversa da quella di Planets, Moments of Reflection è molto più chitarristico e progressive.)
"Quando improvviso, penso in termini di sonorità, non di accordi o melodia. Alcune tra le mie cose possono non avere una continuità armonica convenzionale, ma se suonano bene e hanno coerenza ritmica, le faccio."
La passione è contagiosa. Un grande pianista e tastierista contemporaneo, Riccardo Scivales (noto come leader del gruppo di progressive rock Quanah Parker, oltre che di Mi Ritmo), si è dedicato a un notevole lavoro di divulgazione - in italiano e in inglese -; e, inutile specificarlo, con questo Storie di vecchi pianisti jazz è riuscito a risvegliare in noi la fiamma dell'ardore per quel tipo di musica che vive in una dimensione estemporanea e improvvisativa, per la storia - che non è solo biografia - di tanti eroi dei tasti bianchi-e-neri e per le varie tecniche esecutive.
Video:Marco Fumo suona "Squeeze me", un brano di Thomas "Fats" Waller e Clarence Williams nella versione che ne dà Willie "The Lion" Smith e nella trascrizione di Riccardo Scivales.
Questo è il primo volume della Scivales Musicself-publishing house, intanto arrivata a cinque titoli, e vi incontriamo i migliori protagonisti del repertorio pianistico afroamericano. Buona parte dei quali (e dovremmo vergognarcene!) erano a noi sconosciuti o avevamo di gran lunga obliati.
Riccardo Scivales
Il libro, che contiene diverse trasposizioni (di note che, originariamente, non nascono per essere fissate su uno spartito!), si rivolge ai professionisti del genere, ma riesce a catturare - e ad ammaliare - anche chi non ha mai toccato uno strumento in vita sua. Ovviamente è indispensabile che il lettore abbia una conoscenza di base o nutra comunque un reale interesse per il jazz... e per la musica tout court.
Dall'alto in basso:Art Tatum, Thelonious Monk e il "re del mambo", MarioBauzá
Storie di vecchi pianisti jazz ci immerge fin da subito nell'atmosfera dell'America degli Anni Venti, con Eubie Blake (il quale fu il primo musicista ad apparire in un film sonoro, quattro anni prima di Al Jolson) e, come dice anche la descrizione (il sotto-sottotitolo), ci farà fare un viaggio fino a Thelonious Monk e dintorni, passando per Duke Ellington ("dal ragtime all'astrazione") e la Latin Music. Il libro è ricco di aneddoti e contiene un centinaio e passa di esempi musicali trascritti.
Jelly Roll Morton, Willie "The Lion" Smith, Duke Ellington, Thomas "Fats" Waller, George Gershwin... Art Tatum... Nat "King" Cole, John Dickson "Peck" Kelley, Johnny Guarnieri, Monk... e tutti gli altri: artisti straordinari che rifiutavano le convenzioni, spesso non senza rischiare di brutto, e che si imbarcarono in una vera e propria ricerca anche esistenziale, chi gettandosi anima e corpo su uno stile come lo swing, chi arrivando a sperimentare "una cosa dell'altro mondo" come il bebop... spesso concorrendo tra di loro in bravura (in velocità o in profondità oppure in entrambe le cose), a chi riuscisse ad andare più lontano, a chi riuscisse a inventare di più.
Video: lo stride di James P. Johnson
Video: Charlie & Eddie Palmieri, qui con Ismael Quintana
Troviamo, nel volume in questione, uno panoramica sull’evoluzione dello "Spanish tinge" e del Latin Jazz, dai suoi albori ai favolosi mambos di Mario Bauzá. Inoltre, uno studio approfondito (con applicazioni pratiche) circa i moduli poliritmici usati nell’improvvisazione pianistica afrocubana e Latin Jazz, desunti dall’opera di due colonne portanti: Charlie ed Eddie Palmieri. Infine, un utile saggio-guida sulle modalità e gli intenti "di una delle pratiche fondamentali per ogni studente e studioso di jazz, cioè la trascrizione nota-per-nota di brani e assoli tratti dalle incisioni originali dei maestri di riferimento".
Zurigo, Tonhalle, 30 novembre 1934. Concerto dell'orchestra di Louis Armstrong. Al pianoforte, Herman Chittison, un pianista statunitense, venticinquenne, recentemente approdato in Europa (dove ha già inciso alcuni dischi a Parigi). Inframmezzati ai dodici brani eseguiti da Armstrong e della sua orchestra, il programma del concerto prevede una decina di assoli di Chittison. Tutto procede come stabilito, finché Chittison conclude il suo primo set di assoli e Armstrong si fa avanti sul palco per annunciare i titoli dei brani successivi, eseguiti dall'intera orchestra. Ma a questo punto il pubblico lo interrompe, gridando a viva voce: "Lascia suonare Chittison! Vogliamo sentire il pianista!" E Armstrong, sebbene riluttante, non può far altro che acconsentire a questa richiesta... Oltre che nell'effettivo talento di Chittison, una spiegazione a questo insulto ad Armstrong può essere ricercata anche nel fatto che in quegli anni il pianoforte "jazz" o "pseudo-jazz" (sia che si trattasse di Fats Waller, di Lee Sims, di Charlie Kunz o di Raie Da Costa) era apprezzato dal pubblico europeo (composto prevalentemente da appartenenti al ceto medio e alto borghese) più di qualsiasi altra espressione musicale afro-americana.
(Dal capitolo dedicato a Herman Chittison, 'L'eleganza e il brio'.)
[ Per inciso, Chittison fu un idolo giovanile sia di Monk che di Horace Silver, e fece una grandissima impressione anche sul giovane Chick Corea. ]
Qui una bella presentazione/recensione del libro Storie di vecchi pianisti jazz sul blog MAT2020: https://mat2020.blogspot.com
... e qui (video su YouTube), un esempio di come suonavano i pazzi, originalissimi pianisti narrati in Storie di vecchi pianisti jazz. Ellington, Monk, ecc. hanno attinto a piene mani da loro.
Altro esempio su video: trascrizione di Riccardo Scivales di un capolavoro assoluto di James P. Johnson, avveniristico per l'epoca in cui fu composto: click!
Riccardo Scivales ha insegnato per molti anni (1999-2009) Storia del jazz e della musica latina al TARS (ex DUTARS) dell'Università di Venezia.
Ha scritto circa trecento programmi radiofonici sul jazz per RadioTre (RAI-Radiotelevisione Italiana).
Numerosi suoi saggi, articoli e recensioni sulla musica jazz e afrocubana sono stati pubblicati su importanti riviste musicali come The Piano Stylist, Keyboard Classics, Piano Today, Musica Jazz, Ring Shout, Musica Oggi, Jazz, Blu Jazz, Rassegna Veneta di Studi Musicali, Venezia Arti, Il Sismografo, e Il giornale della musica.
Molti suoi libri sono stati pubblicati prima negli Stati Uniti e più tardi anche in Italia con l'etichetta Scivales Music. Oltre ai volumi firmati con il proprio nome, ha scritto, con Enrico Intra, la raccolta di brani Jazz Piano Repertoire (Scivales Music, 2021) e il libro L'improvvisazione è improvvisata? (M&P/M’O, 2022). Enorme successo sta avendo il suo nuovissimo metodo PLAY… LATIN PIANO LIKE A PRO! (disponibile su Amazon) che tra le altre cose include 23 sue composizioni, molte delle quali si possono ascoltare su YouTube suonate da pianisti e band un po’ di tutto il mondo.
Come pianista e compositore, ha lavorato per diverse produzioni teatrali.
Negli anni ha collaborato con vari musicisti della scena veneziana.
Dal 1981 è il pianista/tastierista e compositore del suo gruppo rock progressivo Quanah Parker e dal 1995 del suo gruppo afrocubano Mi Ritmo.
Ha contribuito all'orchestrazione della prima italiana del musical di George Gershwin Lady, Be Good! (come rivisto da K. Cazan, K. Farrell e D. Sturrock. Venezia, PalaFenice, 2000).
Numerosi brani “Classic Latin” di Riccardo Scivales sono stati spesso eseguiti in programmi di concerti insieme a brani di Piazzolla, Ginastera, de Falla, Rodrigo, Ponce, Gardel, Ellington, Gershwin, J.S. Bach, Schubert, ecc.
Gli Alti e Bassi sono un gruppo italiano di vocalists (a cappella) dediti alla musica pop in generale, alle canzoni... ma che non disdegnano affatto anche i brani standard del grande jazz. Si sono formati a Milano nel 1994. Non hanno strumenti musicali con sé ma spesso li imitano; imitano il basso, le percussioni, i fiati, le chitarre! Il risultato: sorprendente e simpatico. Puro entertainment a base di solida cultura musicale.
I membri:
Andrea Thomas Gambetti Alberto Schirò Paolo Bellodi Diego Saltarella Filippo Tuccimei
Domenica 13 marzo 2022, alle ore 16.00,presso il Teatro PonchiellidiCremona (corso Vittorio Emanuele II, n. 52) arrivano Gli Alti & Bassi.
Cremona -
Il concerto Da Bach a Jannacci tutto... è jazz! propone un mix intelligente e coinvolgente di musiche di vari generi - dal classico al leggero, mostrando l’incredibile varietà della musica in un percorso dal barocco al moderno.
Cremona -
I nuovi arrangiamenti di pagine celeberrime in chiave jazz, swing o rock, sono scritti appositamente per il quintetto vocale e pensati proprio per l’esecuzione senza accompagnamento strumentale del gruppo.
Gli Alti e Bassi ci offrono un altro viaggio assai godibile nella storia della musica!
Bello! Lo sto ascoltando/studiando, mentre intanto vado pubblicizzando in giro i lavori trascorsi di Mulas (anche in ambito prog rock, non solo jazzistico). Questo trio, suppongo, non si fermerà a tale prova (superata alla grande), ma continuerà a suonare e pubblicare insieme...
La formazione a tre sembra essere la dimensione ideale per Mauro Mulas, il quale anche in passato ha fatto spesso uso di questa formula.
Un trio di Mauro Mulas ma con formazione diversa: mentre alla batteria vediamo Pierpaolo Frailis (presente anche in Chiaroscuro), invece del contrabbasso di Atzori c'è nel video Roberto Deidda alla chitarra; e Mulas non suona il piano qui, ma le tastiere elettriche.
Chiaroscuro è certamente uno dei punti più alti della pur lunga e intensa carriera del tastierista, compositore e produttore nuorese. Mulas iniziò il suo percorso con Entity (gruppo di progressive rock)... anche se aveva già cominciato a esibirsi a otto anni con il gruppo musicale di suo zio... e, dopo aver studiato composizione e musica elettronica, nel corso del tempo è transitato per esperienze costruttive, ad esempio nel jazz, sotto la guida e con l'accompagnamento di musicisti di fama internazionale quali Dave Liebman, John Taylor, Steve Lacy, Paolo Fresu, Roberto Cipelli, Peter Waters.
Mauro Mulas Trio - "Il senso della vita", breve spezzone dal vivo
Prima di arrivare a Chiaroscuro, da protocollare la pubblicazione - "tarda", purtroppo - de Il Falso Centro, album degli "storici" Entity, banco di prova progressive del musicista sardo e di alcuni suoi accoliti di allora. Parliamo al passato poiché lo 'studio album' in questione venne realizzato tra il 2009 e il 2012, e, quando la Lizard (o meglio la Locanda del Vento, sua sottoetichetta) lo pubblicò nel 2013-2014, degli Entity in vero stavano pian piano svanendo le tracce: un altro capitolo assai interessante ma in pratica forse già chiuso di Mauro Mulas, il quale si muove in continuazione... per tornare ancora e sempre al suo grande amore, il jazz.
Il Falso Centro è comunque un prodotto da scoprire, un "concept" tipicamente progressive, una serie di brani che formano un'unica storia. La narrazione si accentra sul risveglio di coscienza di un uomo, un uomo che vuole reimpossessarsi della propria vita e, per farlo, sa che occorre abbattere l'ego, che è frutto dell'invadenza di una società che risucchia le persone nei propri meccanismi. Il cantato è in italiano.
Ma torniamo al presente e al Mauro Mulas Trio di Chiaroscuro.
Gli altri due componenti del gruppo sono Alessandro "Cinzio" Atzori al contrabbasso e Pierpaolo Frailis alla batteria.
Le musiche sono state scritte e arrangiate da Mauro Mulas, qui al pianoforte - e non all'organo elettrico o keyboards assortiti, come in altre occasioni.
Un particolare dell'immagine della cover
La bella copertina, opera di OndemediE, dà il senso "crepuscolare-tranquillo" della musica, con il vento al minimo (si deduce dalla manica a vento nella foto) e un paesaggio anch'esso "minimale", si direbbe, rarefatto: simbolo di libertà e forse anche di rassegnata solitudine. Nei brani di Chiaroscuro c'è energia, competenza, a tratti gioia, ma scaturita - si direbbe - dopo vari alti e bassi e per la raggiunta coscienza di dover mettere il sé (non l'ego, attenzione!) davanti al mondo.
Registrato a Cagliari nell'ottobre 2020 presso "La Lavanderia Studio" da Flavio Laconi
Mixaggio e mastering: Mauro Mulas e Andrea Locci
Producer – Mauro Mulas, Vannuccio Zanella
In Chiaroscuro siamo più vicini a Thelonius Monk e a Chick Corea che non a Keith Emerson. Come abbiamo già largamente visto, Mulas padroneggia sia il linguaggio jazz che quello prog rock (genere che, è risaputo, comunque tanto attinge dal jazz) e si districa molto bene sia con le impressioni marca John Coltrane che con le suites degli ELP.
A John ('Trane') ad ogni modo questo album sarebbe piaciuto. Ma anche a Markus Miller, a Pat Metheny...
"Come musicista hai qualche tastierista a cui ti ispiri, o che ti piace particolarmente?"
"A parte Keith Emerson, sicuramente Jan Hammer. Anche Chick Corea mi piace molto. Per restare in campo progressive, un altro è Rick Wakeman, anche se non apprezzo in particolare il suo modo di restare spesso ancorato a certe soluzioni barocche. Un lavoro che mi piace molto degli Yes è Tales from Topographic Ocean, che contiene a mio avviso molte idee originali."
Mulas in una foto scattata sul palco insieme a Rubens Massidda ('Massidda & Mulas live'), 2013
Quest'altro progetto (vedi video sottostante) si chiamava KTL, nato dalle idee del musicista e producer Marco Angioni, che con l'aiuto di Mulas e di parte dei componenti degli Entity ha portato quei pezzi nati in studio in concerto.
Nel 2001 KTL ha aperto il concerto dei Jethro Tull al Molo Ichnusa e nel 2006 il gruppo si è esibito nel festival "InProgress One" di Sestu.
A parte le cose con gli Entity e i KTL, Mulas vanta numerosi collaborazioni con artisti e gruppi non solo sardi. Ha partecipato all'album I racconti del mare degli Akroasis di Pierpaolo Meloni, organizzatore del festival InProgress One, rivisitando per pianoforte due loro tracce. Ha partecipato al progetto Colossus Iliad, di Marco Bernard, con due brani per pianoforte di propria composizione (vedi su Spotify: Iliad, a Grand Piano Extravaganza). C'è poi da segnalare l'album del M'Organ Quartet, con il chitarrista Massimo Ferra: un lavoro di jazz-rock con qualche influenza progressiva.
Ha inoltre realizzato una composizione per l'ambizioso progetto Colossus sul Decameron: una suite in quattro parti dove suona pianoforte e tastiere e dove si sentono anche il clarinetto di Marco Argiolas e la batteria di Marcello Mameli.
Molto belle anche le sue esibizioni in duo con Sergio Calafiura (cantante degli Entity), una delle voci più gradevoli della canzone italiana.
Ma torniamo all'album di oggi e ora.
Chiaroscuro
Tracklist
1.Un Giorno Ancora3:52
2.Agitazione6:40
3.Grey7:27
4.Bobcat5:51
5.Equilibrio Precario5:04
6.Milonga5:37
7.Trash Blues4:47
8.Ballad5:51
9.Chiaroscuro6:40
10.Vertical3:09
11.Il Senso Della Vita3:48
L'incipit, "Un giorno ancora", è una fantasia pianistica e da questo punto si dipana una serie di note che ci farà compagnia per le prossime due tracce con cambiamenti sensibili, con piccoli sismi, fino a che parte "Bobcat" e allora questo lavoro prende davvero quota anche in senso ritmico. Sono tutti pezzi gradevoli, alcuni entusiasmanti ("Vertical": quanta giocosità creativa!). Ma, muovendosi dall'alfa all'omega, e dunque dalla prima all'11sima traccia, il momento più alto in cui ci si imbatte nel CD è "Trash Blues", dove per la prima volta anche basso e batteria possono mettersi pienamente in luce; un brano che ci costringe a battere il tempo... se non addirittura a schizzare in piedi e ballare. Davvero ben fatto.
Il lirismo di "Ballad" (ottava traccia) precede la straordinarietà di "Chiaroscuro", brano giustamente scelto per battezzare l'intero album, per via della sua complessità e dell'interplay importante della pariglia bass+drums. E non stiamo qui a parlare nel dettaglio delle altre tracce, che è vano descrivere (non occorre sempre parlare di tutto!) e che bisogna solo ascoltare, godendone appieno. Noi possiamo soltanto accennare ai pilastri dell'opera, ai muri portanti, se volete.
In certo qual modo, l'ascolto di Chiaroscuro ci fa ritrovare dentro un club fumoso, di quelli che un tempo si era soliti frequentare (e non solo a Harlem o a St. Louis!), con un piccolo palcoscenico illuminato sopra a cui si scatena la grandezza (pacata!) di geni sconosciuti del jazz, con una cameriera che fa la spola tra il bar e le zone d'ombra.
La song dal titolo "Il Senso Della Vita" è una chiusura "a fronte serena", il messaggio di uno spirito illuminato, di qualcuno che ha finalmente trovato pace.
Donando questa pace, questa nuova consapevolezza, anche a noi.
E rimettiamo il disco sul piatto (cioè: facciamo ripartire l'album sul nostro mp3-player), tornando ad assaporarne ogni nota, tutte le sfumature...
"Un giorno ancora", una delle composizioni presenti in Chiaroscuro
Nel 1969 veniva pubblicato Hot Rats, di Frank Zappa, con 5 tracce strumentali e una sesta - "Willie the Pimp" - che usufruiva dell'ugola di Captain Beefheart. "Un film per le orecchie", lo stesso Zappa descrisse quel suo secondo, leggendario album.
Mezzo secolo dopo, esce un altro "film", un film di e per Zappa, ma girato e interpretato da tre eccellenze jazzistiche di casa nostra: il pianista Massimiliano Fantolini, il bassista Mauro Giannaccini e, alla batteria, Jacopo Giusti (sì, quello degli Aliante!).
Un tributo al polistrumentista italo-americano, dunque, con un titolo che ricalca quello di Hot Rats... seppure solo due brani provengano da quell'album e gli altri siano stati tratti dalla rimanente - sconfinata! - discografia zappiana. I titoli in questione sono "Son of Mr. Green Genes" e "Little Umbrellas" (tema di Taxi Driver).
Di Giusti ricordiamo che già nel 2006 aveva suonato in un disco-tribute a Frank Zappa, (R)umori jazz, dei Fattore Zeta, dove, oltre ai due pezzi citati, ce n'era un altro da Hot Rats: "Peaches en Regalia". Esperienza poi ripetuta con il duo / in parte trio / degli Electric Bongo Fury (insieme a Nicol Franza - anche lui elemento dei Fattore Zeta - e a Fabrizio Brilli) a cui seguì addirittura la replica con gli stessi Fattore Zeta (Live in Zappanale 2008, registrazione di un concerto tenutosi a Bad Doberan in Germania, sede di quello che è forse il più importante festival mondiale dedicato esclusivamente al Nostro). Dunque, quasi tutta una vita artistica all'insegna di Zappa!
E, già che abbiamo parlato del drummer, ricordiamo in breve la bio e la posizione degli altri due componenti del combo: Fantolini è docente di Pianoforte Jazz presso la Scuola di Musica della Società Filarmonica Pisana, con cui ha prodotto diversi concerti, e ha suonato nell'acclamato duo Something New insieme al sassofonista Federico Pistelli (colonna portante dei Fattore Zeta!), nonché nella Laura Punto Band; ha inoltre numerose apparizioni dal vivo con svariati altri artisti. Inutile dirlo: pure lui fu un membro dei Fattore Zeta, che, più noi andiamo approfondendo, e più si rivela essere fucina e nel contempo refugium di numerosi talenti.
Dal canto suo, Giannaccini non è da meno a collaborazioni (non solo in ambito jazz). Anche lui fece parte dei Fattore Zeta - "A jazz tribute to the Music of Frank Zappa" -, che lo portarono a suonare in varie parti d'Italia. Dopo diverse altre collaborazioni e tanti concerti, nel 2016 si unisce a quello poi divenuto Trio Kadabra e inizia a incidere "A new project for the music of Frank Zappa".
Le 9 tracce di Hot Jatsappartengono tanto a Zappa quanto al Trio Kadabra. C'è un buon grado di riconoscibilità delle composizioni originali (vedi la punteggiatura del basso in "Blessed relief", o la melodia pianistica ad inizio di parecchi titoli). Jazz piacevole, dove lo schema è sempre presente e il motivo e gli accordi di fondo vengono rispettati, ma la macchina sonora confluisce, al momento giusto, in uno swing fatto di tensione e/o giocosità (come nella parte centrale di "How could I be such a fool"): "sviamento" voluto, che i musicisti risolvono con classe e raffinatezza.
Alcuni brani hanno un approccio più vicino alla canzone rock, con il beat di Giusti a indicare la direzione. Ma è quasi sempre magia jazzistica. Partendo dal pentagramma zappiano, i tre musicisti sfruttano la loro creatività e il momentaneo stato d’animo per creare sempre nuove soluzioni (anche tecniche) e ulteriori assoli.
E, come si addice al personaggio omaggiato (giustamente ritenuto un genio), quella di Hot Jats è musica non priva di ironia e autoironia. Brani quali "Dog breath variations" e "All blues - King Kong - Frame by frame") presentano parentesi poderose, energiche, mentre altri sembrano un approccio alla romanza che poi sfocia in estrosità. Sempre sotto l'insegna di Frank, ovvio. In maniera ribelle e irriverente, indolente e attenta.
Strutture di cemento che d'un tratto si librano sopra le nostre teste...
Nessuno, ovviamente, ha necessità di chiedersi perché proprio Zappa. Semmai, abbiamo difficoltà ad esprimere ciò che questo immenso artista significa per noi che lo amiamo. Così dobbiamo mutuare le parole di uno scrittore, uno dei tanti che gli hanno dedicato una biografia:
"Zappa ti cambia la vita anche da morto. Perché la sua musica morire non può e la fai vivere tu, che te la porti dentro prima ancora di saperlo. Quando finalmente la scopri, lo senti, capisci che suona per te, parla con te".
(Massimo Del Papa: Zappa en Regalia - Vita complicata di un genio)
Il nostro brano preferito da Hot Jats: "Eat that question - Inca roads".
“Jazz isn't dead. It just smells funny.” (Frank Zappa, 1974)
V.S.O.P. era una band composta dai membri del secondo Miles Davis Quintet più il trombettista Freddie Hubbard.
Il nome (anche The V.S.O.P. Quintet) presumibilmente stava per "Very Special One Time Performance".
La prima esibizione ebbe luogo il 29 giugno 1976 a New York nell'ambito del Newport Jazz Festival. Miles Davis rifiutò la richiesta di Hancock di suonare con il gruppo. A differenza di Davis, che suonava nel frattempo esclusivamente jazz elettrico, V.S.O.P proponeva jazz acustico, avvicinandosi nuovamente - e di molto - all'ideale dell'hard bop.
Anche in seguito i componenti del gruppo speravano a un ripensamento di Miles Davis, ma la leggenda vivente non si unì mai a loro. Il ruolo di trombettista continuò a essere ricoperto da Freddie Hubbard.
Herbie Hancock era il vero motore della band e le composizioni spesso erano uscite dalla sua penna.
L'album del 1992, un tributo a Miles Davis (parzialmente registrato in studio),A Tribute to Miles, vede gli stessi straordinari musicisti, solo che alla tromba quella volta, al posto di Hubbard, ci fu Wallace Roney.
Miles era scomparso da poco e i suoi ex collaboratori gli regalarono tale omaggio riverenziale. L'album però non uscì sotto il nome V.S.O.P. bensì con il nome dei cinque esecutori: Herbie Hancock, Wayne Shorter, Ron Carter, Tony Williams, Wallace Roney.